Come lavoro
Psicoterapia sistemico relazionale
Nessun membro di una famiglia (da solo) può creare un problema che riguarda tutti, tutti i componenti (insieme) possono far parte della soluzione.
Se ci fosse un motto per l’approccio di terapia sistemico relazionale potrebbe essere questo.
Spesso, all’interno di un nucleo familiare, c’è un componente che – inconsapevolmente – si fa carico di esprimere il malessere che riguarda l’intero gruppo-famiglia e in tal modo sprona tutti i componenti a muoversi verso un cambiamento possibile. Accade spesso con i bambini che non potendo agire da terapeuti, agiscono da pazienti esprimendo, attraverso sintomi (fobia scolare, ansia da prestazione, enuresi, disturbi del comportamento alimentare…) un disequilibrio che riguarda l’intero sistema.
I genitori, spesso disorientati e spaventati, si sentono in colpa anche per il non riuscire a capire come si sia arrivati a quel punto e possono tendere a ritardare una richiesta d’aiuto che quando è tempestiva, aiuta a sciogliere prima i nodi che si creano (e rinforzano) procedendo a tentoni, proprio nel tentativo di uscire dal problema e dai sintomi che fungono da segnaletica per una strada che inizialmente “non va in nessun posto”.
La psicoterapia sistemico-relazionale nasce negli anni ’50 con le teorie relative alla prima e seconda cibernetica e con la teoria dei sistemi messa a punto da L. Von Bertanlaffy.
Successivamente, Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, Paul Watzlawick, esponenti della scuola di Palo Alto e del Mental Research Institute, diedero impulso allo sviluppo della terapia sistemico-relazionale applicandola anche ai contesti umani.
Jay Haley, insieme a Milton Erickson, diede origine alla terapia strategica. Secondo Haley, il sintomo è rinforzato dal comportamento su cui si è adattata una soluzione che la famiglia crede di avere trovato e che ovviamente non funziona. L’interesse del terapeuta è centrato sui comportamenti e lo scopo dell’intervento terapeutico è portare i comportamenti che mantengono il sintomo oltre il limite, così da spezzare il cerchio del rinforzo che sostiene ed alimenta il circolo vizioso.
La terapia ad indirizzo sistemico-relazionale ha ottenuto un’ampia diffusione nel trattamento delle dipendenze, nel campo dei disturbi del comportamento alimentare, nell’ambito della patologia psichiatrica, nel lavoro con gli adulti, nelle separazioni conflittuali e nella maggior parte delle problematiche inerenti la sfera delle relazioni e delle comunicazioni disfunzionali.
Il fine della terapia sistemico-relazionale risiede nel comprendere la funzione relazionale del sintomo e accompagnare il paziente nel trovare nuovi modi e strategie per rapportarsi con il proprio sistema di appartenenza favorendo processi di svincolo ed autonomizzazione in modo non conflittuale. Il lavoro terapeutico è incentrato sulla comprensione relazionale del sintomo, sulla comunicazione, sulla trasformazione delle dinamiche disfunzionali, e sull’utilizzo e acquisizione di nuove e più efficaci strategie. La terapia sistemico-relazionale permette al terapeuta di prendere in considerazione il sistema familiare e/o di coppia anche quando si lavora in setting individuale.
Psicoterapia cognitivo comportamentale (CBT e REBT)
“Non sono gli eventi ma il nostro punto di vista su di essi ad essere determinante. Dovremmo essere più preoccupati di rimuovere i pensieri sbagliati dalla mente che rimuovere gli ascessi e i tumori dal corpo”
Epitteto
La terapia cognitivo-comportamentale è un approccio psicoterapeutico, sempre più diffuso e sperimentato, di grande efficacia soprattutto per alcuni disturbi emotivi in particolare ansia (e i suoi correlati: fobia sociale, disturbi di panico, ansia generalizzata, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo post-traumatico da stress) e depressione. L’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale è stata testata in numerosi studi scientifici.
La terapia cognitivo-comportamentale agisce sui pensieri immediati e automatici che accompagnano le nostre sofferenze emotive. Secondo la teoria alla base della terapia cognitivo-comportamentale, il malessere psicologico dipende spesso da ciò che pensiamo. Si tratta di idee che si affacciano alla nostra mente in forma di pensieri automatici. E’ importante lavorare sulla possibilità di “sganciare” i pensieri dagli stati emotivi e aiutare il paziente a non identificarsi con essi. Imparare a riconoscere che “un pensiero è solo un pensiero” e non un oggetto reale e immodificabile è un passo molto importante per ridimensionare il potere negativo di molti dei nostri meccanismi mentali che rischiano di “cronicizzarsi” e costituire i mattoni sui quali rischiamo di edificare un carattere sempre più ansioso ed impaurito.
La terapia razionale emotiva comportamentale (REBT Rational Emotive Behavior Therapy)
“Fin dal suo esordio la RET ha sottolineato l’interazione reciproca tra cognizioni, emozioni e comportamento. Oltre a ciò la RET è anche più costruttivista di altre terapie cognitivo comportamentali. Così come ebbi a correggere nel 1961 la mia prima denominazione da terapia razionale a terapia razionale-emotiva (RET), così da adesso in poi chiamerò questo tipo di terapia in modo da indicare ciò che essa è sempre stata, cioè Terapia Razionale Emotiva Comportamentale o REBT(secondo le iniziali inglesi), questo per il fatto che essa è sempre stata spiccatamente cognitiva, molto emozionale e particolarmente comportamentale. Come ebbi già da specificare nel 1962 nel volume “Reason and Emotion in Psicoterapy”, la REBT “insiste nel prescrivere esercizi comportamentali e nel desensibilizzare e decondizionare il comportamento sia durante la seduta di psicoterapia che tra una seduta e l’altra”.
Cosi, Albert Ellis, racconta le evoluzioni del suo approccio terapeutico.
L’assunto di base della terapia razionale emotiva comportamentale REBT è che pensiero ed emozioni siano strettamente associati, in un rapporto circolare di causa ed effetto: i pensieri diventano emozioni e le emozioni, in molte circostanze, generano pensieri, tanto da poter affermare che per certi versi si trovino a coincidere.
La REBT interviene sulle credenze disfunzionali utilizzando la disputa cognitiva e promuovendo risposte maggiormente funzionali ed adattive. E’ una terapia particolarmente “attiva” che stimola e talvolta sfida il cliente a sostituire pensieri disfunzionali con pensieri maggiormente adattivi, in una dinamica che genera continue oscillazioni e ridefinizioni. Nella REBT è molto importante generare un’alleanza terapeutica che promuova un rapporto orientato al cambiamento e al miglioramento in modo fattivo e concreto. Il paziente viene aiutato a ridurre l’intensità emotiva di alcune risposte, supportato nella capacità di tollerare i fallimenti e sviluppare una crescente comprensione ed accettazione della propria vulnerabilità. Paziente e terapeuta sono alleati nello scoprire i meccanismi di azione che generano risposte disadattive e nel trovare riposte sempre più efficaci e funzionali.
EMDR: Eye Movement Desensitization and Reprocessing
Trauma è una parola di derivazione greca che vuol dire “ferita”. Il trauma psicologico può essere definito come una “ferita dell’anima”: qualcosa che cambia il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive.
Esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona nel corso della vita. Esistono i “piccoli traumi” o “t”, ovvero quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intesa. Si possono includere in questa categoria eventi come un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia. Accanto a questi traumi di piccola entità si collocano i traumi T, ovvero tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. A questa categoria appartengono eventi di grande portata, come ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti etc.
Nonostante gli eventi sopra descritti riferiti alle due tipologie di trauma siano molto differenti, la ricerca scientifica ha dimostrato che le persone reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi.
Non tutte le persone che vivono un’esperienza traumatica reagiscono allo stesso modo. Le risposte subito dopo uno di questi eventi possono essere differenti e variare dal completo recupero e il ritorno ad una vita normale in un breve periodo di tempo, fino alle reazioni più gravi, quelle che impediscono alla persona di continuare a vivere la propria vita come prima dell’evento traumatico.
(notizie dal sito EMDR)
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), traducibile come “Desensibilizzazione e Rielaborazione tramite movimenti oculari”, è un trattamento psicoterapico nato in America alla fine degli anni ’80. Le esperienze traumatiche possono inibire la normale elaborazione dei ricordi interferendo con i meccanismi di registrazione e immagazzinamento.
Infatti quando si vive un’esperienza traumatica e dolorosa che non si riesce a dimenticare e ci ossessiona o ci crea dei sintomi, il ricordo di quel vissuto traumatico si congela e non si riesce ad elaborare. Resta cioè a replicarsi nel nostro cervello generando dei sintomi spiacevoli.
Dopo il lavoro con l’EMDR, i pazienti ricordano ancora l’evento o l’esperienza traumatica, ma sentono che questa fa parte del passato e il suo contenuto è totalmente integrato in una prospettiva neutrale. L’EMDR riduce così la vividezza e la carica emotiva di ricordi disturbanti.